Sie haben das Recht zu schweigen. Henryk M. Broders Sparring-Arena

Henryk M. Broder

27.04.2003   13:02   +Feedback

La via tedesca: Il Cancelliere verso il baratro

Enrico Brachiale

Il giorno dopo che le truppe alleate avevano conquistato la capitale irachena Baghdad il Cancelliere Schröder appariva davanti alle telecamere e ai microfoni per dichiarare: “L’unica conclusione possibile era una vittoria degli alleati, un esito diverso non era né desiderato né auspicabile.” Dal tono sembrava che per l’intera campagna bellica il Cancelliere tedesco se ne fosse rimasto seduto a casa e avesse dato sostegno morale all’esercito angloamericano impegnato nelle operazioni di guerra. Appariva sollevato e di buon umore, come un giocatore d’azzardo che all’ultimo momento abbia estratto la carta giusta. Tutto il resto sembrava dimenticato: il fatto

Enrico Brachiale

Enrico Brachiale che nell’autunno 2002 egli aveva vinto le elezioni in extremis grazie ad un reciso “No alla guerra in Iraq!”, il fatto che da allora aveva continuamente ribadito che sotto la sua guida non si sarebbe avuta una “partecipazione tedesca ad un’avventura militare” e che ci si doveva impegnare al massimo per ottenere un “disarmo pacifico dell’Iraq”, anche se ciò avesse richiesto ancora mesi o anni. Schröder si è comportato come se da sempre avesse creduto ad una vittoria degli alleati, mentre con i suoi amici Chirac e Putin creava l’asse Parigi-Berlino-Mosca per opporsi all’America e all’Inghilterra ed evitare la guerra.

Nient’altro che tattica e strategia nel rispetto del vecchio slogan socialdemocratico: “Bene a tutti e male a nessuno”? Può essere. Poiché Schröder era comunque riuscito a placare i pacifisti all’interno del suo partito e della coalizione di governo, a conquistare simpatie nella popolazione e a darsi un profilo da statista, mentre al tempo stesso metteva in pratica l’esatto opposto di quanto andava proclamando pubblicamente. Contrariamente alla Turchia, anch’essa partner Nato, la Germania ha infatti concesso agli aerei alleati il diritto di sorvolo, ha consentito l’uso delle basi militari situate in territorio tedesco e ha garantito accoglienza e cure ai soldati feriti. Non sono stati richiamati gli equippaggi tedeschi degli aerei AWACS, né rimpatriati i carrarmati ricognitori tedeschi Fuchs stazionati in Kuwait: tutte cose che i pacifisti tedeschi, anche all’interno della Spd, avevano sempre chiesto. Si potrebbe dire che Schröder si è barcamenato sperando che in qualche modo le cose sarebbero andate a buon fine, ma si potrebbe anche dire che ha portato avanti una politica in sé contraddittoria ma astuta, che ha tenuto conto di tutte le opzioni. Se non si fosse arrivati alla guerra, sarebbe stato merito suo anche questo. Ora, però, la vittoria degli alleati non solo è stata “desiderata e auspicabile”, ma anche dal punto di vista pratico è stata ottenuta grazie all’aiuto tedesco, discreto ma efficace.

In ogni caso - come già nell’estate dello scorso anno era avvenuto con l’“inondazione del millennio” provocata dall’Elba - Schröder questa volta è stato salvato politicamente dalla guerra e dal dibattito sulla guerra. Tutti gli altri temi (la disoccupazione, la riforma del sistema sociale etc.) sono passati in secondo piano. Che cosa mai poteva importare l’inesorabile aumento del tasso di disoccupazione di fronte alla necessità di impedire una guerra che avrebbe ricoperto di fuoco il mondo intero? La prospettiva di una catastrofe globale non solo ha rianimato il “movimento pacifista”, ma ha portato anche alla formazione di una sorta di fronte popolare. Per un paio di mesi governo e governati sono stati d’accordo: l’obiettivo prioritario era la pace, tutto il resto veniva dopo.

Adesso, però, Schröder deve prendere atto del fatto che a lungo termine non si può fare affidamento né sulle guerre né sulle catastrofi naturali e che una politica all’insegna del tatticismo e dell’attendismo può magari essere divertente, ma alla lunga non premia. Appena finita la guerra, nella base della Spd si è scatenata una rivolta contro Schröder e la sua “agenda di riforma 2010”. Una dozzina di deputati, tra i quali anche un tale Florian Pronold, segretario dei “giovani socialdemocratici” bavaresi, che come politico non è noto neppure in Baviera, ha lanciato lo slogan “Il partito siamo noi!” e preteso un referendum tra gli iscritti, cioè una sorta di consultazione di base sull’orientamento del governo: uno schiaffo incredibile per il Cancelliere, che a questo punto deve chiedersi se il tanto impegno profuso a favore della pace nel mondo non gli abbia impedito di cogliere il malcontento che serpeggia all’interno del proprio partito. Nel frattempo, infatti, quel che era cominciato come mini-rivoluzione di alcuni no-name ha contagiato ampi settori della Spd. La cosiddetta “sinistra parlamentare”, alla quale appartengono 120 dei 251 deputati socialdemocratici, ha perfino formulato proprie proposte per una “riforma della agenda di riforma”, ragion per cui ai primi di giugno si terrà un congresso straordinario del partito, nel corso del quale Schröder intende controbattere alle accuse dei compagni di partito. Il congresso ovviamente non verterà unicamente su questioni concrete (per esempio, se reintrodurre la tassa sul patrimonio e ritoccare la precedente aliquota?), ma servirà anche a riaprire vecchi conti del passato. Oskar Lafontaine, ex segretario della Spd, ministro delle finanze del primo esecutivo Schröder e nel frattempo acerrimo nemico del Cancelliere, ha esortato apertamente al putsch: “Il congresso straordinario della Spd dovrà impedire un broglio elettorale e costringere il governo a cambiare rotta.” Lafontaine, che come presidente dei ministri aveva governato il Saarland alla stregua di un signore feudale, era a lungo scomparso dal mondo della politica. Ma da un paio di settimane riappare in pubblico come “cittadino privato”, senza mandato politico, e nei vari talk-show o come oratore alle manifestazioni per la pace non si fa sfuggire la benché minima occasione per attaccare duramente Schröder, a sua detta un incapace che sta trascinando nel baratro sia il partito che il Paese. Inoltre alzano la voce anche compagni dei quali non si sapeva neanche piú che esistessero: per esempio Björn Engholm, ex presidente dei ministri del Land Schleswig-Holstein, coinvolto in affaires e scandali vari, che adesso accusa Schröder di portare avanti una politica “priva di passione interna”. Anche Sigmar Gabriel, ex premier senza fortuna della Bassa Sassonia e fino a poco tempo fa uno dei migliori amici di Schröder, è passato dall’altra parte della barricata e infierisce sul Cancelliere. Molti degli avversari di Schröder all’interno del partito socialdemocratico sono dei falliti e dei perdenti, che non riescono a capacitarsi di non essere piú della partita, mentre lui è ancora al suo posto, ma avrebbe dovuto subire la loro sorte. “La Spd è sempre stato un partito fondante dello Stato e non una accozzaglia di gente senza arte né parte”, dichiara uno dei leader della “sinistra parlamentare”: qualunque cosa ciò possa significare, verò è che la Spd è anche sempre riuscita a deligittimare se stessa. E ci riuscirà di nuovo. A meno che non si verifichi una catastrofe naturale o una guerra, che attiri tutta l’attenzione. Ma una fortuna del genere non capita tutti i giorni.

27.4.2003

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